I
grandi campioni sono tornati in Italia. Attratti da una leggina salva-ricchi fatta dal centrosinistra. E dalla flat tax leghista
Maurizio Di Fazio– L’Espresso
20 agosto 2018
20 agosto 2018
Vent’anni dopo, ritorna il
campionato più bello del mondo. A sorpresa, nel punto più basso di una crisi
tecnica che ha tolto la nazionale di calcio dal Mondiale di Russia, che vede la
Figc commissariata da mesi e incapace di eleggere un presidente almeno fino a
novembre, con i calendari di B e Lega Pro in alto mare, i fallimenti, gli
illeciti sportivi, le finte plusvalenze, i ripescaggi, le penalizzazioni, i
nuovi stadi che portano dentro vecchie galere, i prestanome di Hong Kong e, insomma,
quando il pallone era un passo dal baratro, l’uomo venuto da Madeira, l’eroe
impomatato che uncina il pallone dove osano le aquile, Cristiano Ronaldo dos
Santos Aveiro, ha rovesciato il risultato come solo un fuoriclasse sa fare.
Dietro di lui è in arrivo la
valanga. Sulle orme del portoghese si sono mossi il migliore giocatore del
Mondiale, il centrocampista Luka Modrić, e il neocampione del mondo Didier
Pogba, desideroso di tornare alla Juve che lo ha lanciato giovanissimo. El
Pipita Gonzalo Higuaín aveva offerte nella Premiership inglese, il campionato
più ricco del globo, ma è rimasto in Italia. Giocherà nel Milan del gruppo
statunitense Singer, una macchina da guerra che gestisce 38 miliardi di dollari
e che avrebbe adocchiato un altro vecchio pallino della Fininvest, il sistema
Mediobanca-Generali. Anche il belga Radja Nainggolan ha preferito restare in A,
dalla Roma all’Inter. Unico top-player straniero in uscita è un altro
romanista, il portiere del Brasile Alisson Becker.
Continuerà la fuga dei cervelli
ma la grandeur dei piedi sta tornando in serie A.
Vale la pena di chiedersi perché.
Arrivi
Chi ha convinto CR7 a venire alla
Juventus? Il suo agente e connazionale, il potentissimo Jorge Mendes? Il
progetto di mister Massimiliano Allegri? La serietà e la mentalità vincente del
club di casa Agnelli?
Niente di tutto questo. L’uomo
che ha convinto Cristiano fa la stessa professione di chi ha convinto Modrić,
Higuaín e gli altri supercampioni che si metteranno la fila per giocare in
Italia. È un fiscalista e ha presentato due argomenti irresistibili.
Ecco il primo. Dal suo buen
retiro estivo di Milano Marittima il vicepremier leghista-milanista Matteo
Salvini ha annunciato che in autunno partirà “la rivoluzione delle tasse”,
promessa in campagna elettorale e ribadita nel successivo contratto con i
grillini. Dall’anno fiscale 2019 il governo darà al cinque volte Pallone d’Oro
il più colossale aumento di stipendio della sua vita. Il calcolo è semplice.
Con la tassazione attuale la Juve
mette in busta paga all’attaccante 60 milioni lordi all’anno che diventano 31,7
netti se si applica l’aliquota massima Irpef (43 per cento), l’addizionale
regionale del Piemonte (3,3 per cento) e l’addizionale comunale di Torino (0,8
per cento). C’è chi vive con meno ma lasciamo perdere i morti di fame. Con
l’introduzione della flat tax (20 per cento, più 4,1 per cento di addizionali)
CR7 incasserà 45,5 milioni netti.
Se la flat tax è in rampa di
lancio, il secondo argomento fiscale è già legge. In Italia CR7 pagherà sulle
sponsorizzazioni un forfait di 100 mila euro all’anno per quindici anni. Lo
prevede una norma inserita nella Legge di Bilancio del 2017, ribattezzata
“attira-ricchi” e varata dal centrosinistra.
Secondo Forbes, la rivista Usa
specializzata nelle classifiche dei ricchi, CR7 ha guadagnato 108 milioni di
dollari (poco meno di 100 milioni di euro) nella stagione 2017-2018, un po’ più
di 2 milioni di euro per ognuno dei 44 gol realizzati. In Spagna si paga
l’Irpef, l’imposta sulle persone fisiche, sia sullo stipendio versato dal club
sia sui 47 milioni di dollari che Cristiano incassa da sponsor come Nike,
Herbalife, Electronic arts.
Il tentativo di collocare questi
introiti in società offshore delle British Virgin Islands per evitare le tasse
è costato al portoghese un processo penale davanti alla corte di Madrid con il
rischio di due anni di galera commutati in una purga amministrativa da 18,8
milioni di euro.
Dopo il trasferimento di CR7 a
Torino, basta tasse sugli sponsor. I 100 mila euro di prelievo sui ricavi
d’immagine superano di poco la paga quotidiana dell’attaccante senza flat tax
(87 mila euro) e saranno di poco inferiori con flat tax (124 mila euro).
L’accordo con Nike per ora è il
più ricco. È a vita e, secondo Forbes, vale oltre 1 miliardo di dollari. Voci
accreditate parlano di un altro megacontratto in arrivo come uomo immagine di
Jeep (gruppo Fca).
Tutti i top-player del mondo sono
potenzialmente interessati all’italian job perché tutti ormai hanno una quota
di sponsor che avvicina, e talvolta supera, l’ingaggio. Basta sommare la flat
tax con la norma “attira-ricchi”, che non ha uguali né in Francia (con
un’aliquota abbassata dal 45 al 17 per cento) né in Svizzera, senza contare i
disagi di giocare nel Servette o nel Grasshoppers. Il risultato dell’addizione
è chiaro: l’Italia diventerà il paradiso fiscale dei campioni. I portoghesi lo
hanno fatto con i nostri pensionati. Noi lo abbiamo fatto con il capitano della
loro nazionale.
Ritorni
Il pacchetto CR7 ha già avuto un
impatto visibile su tutto il sistema.
Dal lato Juve, ogni rosea
aspettativa sul merchandising è stata superata. In tre settimane dall’annuncio
dell’acquisto sono state esaurite le scorte di un anno di magliette del
campione con proiezioni di merchandising oltre i 50 milioni.
Il primo effetto sul botteghino è
stato ancora più evidente. L’esordio di sabato 18 agosto, primo match della
stagione di serie A e di CR7, ha mandato in tilt il servizio vendite della
squadra ospite. In poche ore, dalle 15 alle 20 del primo agosto, il Chievo ha
venduto 12814 biglietti contro una media stagionale 2017-2018 di 12540 inclusi
7 mila abbonamenti. Il pienone è assicurato e si ripeterà in molti, se non
tutti, gli stadi italiani.
Il maggior numero di ritorni si
registra sul fronte Milan. Uscito di scena il fallito Yonghong Li e i suoi
fedelissimi, con strascico di inchieste penali e liti civili, c’è stata una
breve riproposizione di candidature come quella di Rocco Commisso, paisà
calabrese con Mba alla Columbia di New York che anni fa aveva mancato
l’acquisto della Reggina. Poi, come era prevedibile, il fondo Elliott ha preso
i comandi.
Il summit chiave per il futuro
del club si è tenuto ad Arcore dove il presidente incaricato Paolo Scaroni,
altro “Columbiano”, ha incontrato per qualche buon consiglio Silvio Berlusconi
e il neodeputato di Forza Italia Adriano Galliani, ex ad dei rossoneri in
formato Fininvest. È tornato Leonardo. È tornato Paolo Maldini, già bocciato
come dirigente sotto Galliani, insieme a Kakà. Non tornerà Mister Li, in
ritirata come gli altri capitalisti cinesi che hanno pompato oltre 2 miliardi
di euro nel football europeo nel 2014-2017 e che, salvo l’interista Zhang
Jindong (gruppo Suning), hanno obbedito al “contrordine, compagni” del
presidentissimo Xi Jinping.
(Tele)Visioni
La ronaldite dovrebbe avere
ripercussioni al rilancio anche sugli abbonamenti pay. Ma CR7 è arrivato a
contratti tv già firmati e la Lega ci ha guadagnato poco. Il presidente Gaetano
Miccichè, ex Banca Intesa, ha più che altro pensato a non prenderle migliorando
di poco il livello di introiti dai diritti tv (+18 milioni di euro rispetto al
triennio precedente) e convincendo il management titubante di Tim a rimanere
sponsor del campionato.
Dopo il pasticcio della prima
assegnazione agli spagnoli di Mediapro, revocata per carenza di garanzie
finanziarie, Sky rimane il primo finanziatore del pallone ma ha dovuto rilevare
sul mercato cosiddetto “di ritrasmissione” il pacchetto di tre partite per
turno di campionato, aggiudicato alla new entry Dazn (pronuncia “Da Zone”) del
gruppo Perform. Lo stesso ha fatto Mediaset per dare contenuti alla già
pericolante Premium. La visione del calcio da quest’anno è una piccola
rivoluzione non solo perché i pacchetti sono stati venduti per fascia oraria
anziché per piattaforma (satellitare, dt, web, etc), ma anche perché consentirà
ai broadcaster di alzare il livello dell’arpu, sigletta magica che sta per average
revenue per unit e dice quanto si ricava dal singolo abbonato. Arpu in crescita
significa, terra terra, che guardare in diretta Chievo-Frosinone su schermi,
computer e playstation costerà un bel po’ di più al tifoso .
L’inserimento nei pacchetti di
app, smart-tv e banda larga, è una scommessa sul futuro perché vuole sfondare
il tetto di abbonati pay, fermo poco sotto i 5 milioni per Sky e poco sotto 1,5
milioni per Premium.
Anche a questo giro di diritti,
puntuale, è scattato lo psicodramma degli highlights in chiaro sul servizio
pubblico. Novantesimo minuto, dato per morto come avviene a ogni rinnovo dei
diritti, sopravviverà per il prossimo triennio. La Rai al guado fra gestione
renziana e new wave grillo-leghista si è anche comprata da Dazn una diretta di
serie B al venerdì sera con un rilancino da 2,7 milioni di euro. Non è proprio
il colpo dell’anno. Pesa ancora la catastrofica rinuncia all’asta per i match
di Russia 2018, trasmessi in chiaro da Mediaset con 297 milioni di spettatori
complessivi (+19,7 per cento su Brasile 2014). È il calcio moderno, bellezza. Se
non si investe, non si vince.
Riforme
Il leghista Giancarlo Giorgetti,
sottosegretario con delega allo sport e tifoso del Southampton nonostante la
parola South, sta ancora lavorando con il commissario Roberto Fabbricini per
definire una data per le elezioni della Federcalcio. La speranza è di farcela
entro l’anno cioè con la dovuta calma.
Intanto il pacchetto di novità
introdotte della precedente gestione Tavecchio-Uva, travolta dalla mancata
qualificazione ai Mondiali, presenta lo stesso bilancio di qualunque altra
riforma strutturale in Italia. Voto in pagella: 5.
Fra le cose che hanno funzionato
c’è il campionato dei giovani, la Primavera, diviso in due categorie con
promozioni e retrocessioni come accade nei tornei professionistici.
L’altro passo avanti a tutela dei
vivai doveva essere la formazione di squadre B da parte dei grandi club di A in
modo da ridurre il viavai dei prestiti per chi non trova posto in prima
squadra. Il modello spagnolo verrà applicato dalla stagione 2018-2019 ma
soltanto la Juventus ha seguito il suggerimento. I bianconeri hanno chiesto di
iscriversi al girone A della vecchia serie C sconvolta, come accade da diversi
anni, dal caos di fallimenti ed esclusioni per motivi finanziari.
Aurelio De Laurentiis si è già
dichiarato contrario a creare una squadra B. Il presidente del Napoli ha
seguito la strada del collega Claudio Lotito, proprietario di Lazio e
Salernitana, e si è comprato il Bari, che è fallito e ripartirà dalla D o forse
dalla Lega Pro.
La multiproprietà è un vecchio
arnese del calcio anni Novanta, quando Calisto Tanzi (Parma) faceva shopping di
club all’estero, come fa ancora l’udinese Giampaolo Pozzo che ha ingaggiato per
la sua Primavera Francesco Renzi, figlio del leader-non leader del Partito
democratico. La multiproprietà ha funzionato soltanto per creare triangolazioni
vorticose di calciatori finalizzate alle plusvalenze fittizie e alla creazione
di fondi neri, come mostra la recente inchiesta giudiziaria in Spagna sui Pozzo
anticipata da Repubblica.
Juve a parte, sulle squadre B gli
altri grandi club hanno risposto con un grande “armiamoci e partite”,
nonostante i costi siano limitati (fra i 3 e i 4 milioni di euro annui) e non
incidano sui parametri del fair play finanziario, se una cosa simile ancora
esiste. La Lega di serie A ha evitato un approccio dirigista. Così sulla
riforma delle giovanili i club sono andati in ordine sparso. La Roma forse si
organizzerà per la stagione 2019-2020. L’Inter ci ha pensato poi ha detto no,
grazie. Il Milan sembrava intenzionato a creare la sua seconda squadra. Ma il
cambio di assetto manageriale ha spedito il pallone in tribuna.
Ninete squadra B. Piuttosto,
cherchez la femme, hanno detto a Milanello. L’altra grande riforma, imposta
stavolta dalla Fifa, la federcalcio mondiale, prevede infatti che i grandi club
si dotino di una squadra femminile.
Il Milan ha risposto all’appello.
Ha organizzato uno staff da dieci persone guidate dall’ex campionessa Carolina
Morace e si è comprato i diritti del Brescia calcio ridipingendo di rossonero
le vicecampionesse d’Italia.
La Juve ancora una volta ha
giocato d’anticipo sulla concorrenza, rilevando il titolo del Cuneo l’anno
scorso e lanciando una campagna acquisti con budget illimitato. Il risultato è
stato lo scudetto, in una finale trasmessa in diretta dalla Rai con meno di 4
mila spettatori in tribuna. Nella speranza di rimpinguare il botteghino, le
società dilettantistiche saranno sostituite dai club professionistici, i soli
che hanno i mezzi economici per rilanciare un settore così vivace da
conquistarsi la qualificazione ai Mondiali di Francia del 2019. In attesa di
capire se si potrà chiamare mister anche il tecnico della Juventus Rita Guarino
o il ct della Nazionale Milena Bertolini, si intuisce che la strada delle
ragazze verso la considerazione di cui godono i colleghi è ancora lunga. Si è
visto di recente quando, durante una trasferta del Barcellona, i maschi hanno
viaggiato in business class e le donne in economica.
Se si valutano i fatturati, le
calciatrici dovrebbero andare in autostop. Se si pensa alle pari opportunità, è
ancora Medioevo.

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