Redazione, Nigrizia
2 Agosto 2018
2 Agosto 2018
Il paese è sprofondato in una
guerra intestina che si protrae da oltre quattro anni e dalla quale
difficilmente potrà uscire senza l’intervento della comunità internazionale,
dell’Onu in particolare. Il 15 marzo, il Consiglio di sicurezza ha adottato una
risoluzione che rinnova di un anno la missione di pace nel paese, che conta
17mila caschi blu. E minaccia anche di imporre un embargo sulle armi “qualora
fosse necessario”. Qualora fosse necessario! Ma quale situazione al mondo, se
non il Sud Sudan, avrebbe maggior bisogno di un silenzio unilaterale delle
armi?
La realtà è che non si
intravedono per ora segnali della fine del conflitto. Falliti sono gli accordi
di pace siglati dal governo di Salva Kiir Mayardit e dalle forze di opposizione
di Riek Machar ad Addis Abeba nell’agosto 2015, e fallito è il tentativo di
rivitalizzarli con il cessate il fuoco, firmato il 22 dicembre 2017 dalle due
controparti, e mai realizzato.
Intanto nuovi gruppi armati nati
da scissioni e defezioni dal fronte dell’opposizione e dall’esercito regolare
si combattono tra loro per il controllo delle risorse del territorio, del
bestiame e dei terreni agricoli.
Chi è oggi al potere non ha
interesse alla pace. La guerra civile, infatti, ha favorito l’accentramento
dell’uso delle risorse, del petrolio soprattutto, nelle mani della leadership
che le ha usate per finanziare il conflitto e contemporaneamente per
l’arricchimento personale e delle proprie famiglie. Non a caso il governo di
Juba è accusato di cleptocrazia.
Anche per i vescovi cattolici del
Sud Sudan tanto il governo che le opposizioni hanno perso credibilità, incapaci
di mettere da parte i propri interessi per trovare un accordo per il bene del
popolo sudsudanese.
Come sempre in casi simili, è la
popolazione a pagare il prezzo più alto e a subire atrocità di ogni genere,
come denuncia il recente rapporto della Commissione per i diritti umani
dell’Onu sul Sud Sudan, che accusa di crimini di guerra i comandanti di tutte
le parti.
Per evitare che si arrivi alla
totale distruzione del paese e a una ulteriore destabilizzazione dell’area, la
comunità internazionale, sotto l’egida dell’Onu, dovrebbe innanzitutto imporre
l’embargo delle armi e assegnare la responsabilità del paese a un gruppo di
garanti. Una misura di estrema ratio che dovrebbe comunque rappresentare un
periodo transitorio, così da permettere alla comunità internazionale di
investire seriamente nella formazione di una nuova leadership.
Sarebbe, certo, un intervento
paternalistico ma divenuto inevitabile in un contesto in cui i capi
guerriglieri (che per decenni hanno combattuto contro Khartoum) si sono
rivelati incapaci di deporre le armi, di superare i confini etnici e operare
per il bene della nazione.

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