Stilata
la graduatoria. Il ponte scricchiola, tutti fuori dalla zona rossa. Sono 300 le
famiglie senza più un tetto. Il Comune, attraverso fondi di Autostrade, pagherà
alloggi e affitti
Giulia Mietta – Il manifesto
21 agosto 2018
21 agosto 2018
Nella finestra di cielo sopra il
centro civico di via Buranello si alternano in maniera schizofrenica un sole
che spacca le pietre e nubi che scaricano pioggia. Oltre a un elicottero dei
carabinieri, che vola basso verso quello che è rimasto di ponte Morandi. Decine
di cittadini, gli sfollati a causa del crollo, guardano in alto, in ansia.
Sperano che chi è a bordo di quell’elicottero stia cercando di capire se ci sia
il rischio effettivo di un cedimento del moncone di viadotto lato est, quello
che incombe sulle case dalle quali sono stati evacuati. Scopriranno più tardi
che il velivolo trasporta giornalisti tv.
Nelle ultime ore hanno iniziato a
sentirsi inquietanti scricchiolii. Così li hanno definiti gli stessi residenti,
e bisognerebbe coniare una parola nuova per indicare il lamento del mostro
brutalista squarciato in due. E mentre la zona rossa di via Fillak, sempre più
un quartiere fantasma, torna inaccessibile persino ai mezzi di soccorso –
figurarsi ai residenti che vogliono recuperare i loro oggetti personali – gli
sfollati si preparano a conoscere quale sarà il loro destino, a partire dalla
graduatoria stilata dal Comune. Gli alloggi a disposizione saranno assegnati
attraverso un algoritmo. «Io sono al 232, tu papà?» dice Alessandro Tramontano,
uno degli inquilini. Il padre, pensionato, è messo meglio: «140 – risponde – ma
non ce li possiamo neppure giocare al lotto questi numeri». Ci sono oltre 300
famiglie da sistemare: prima sarà il turno di quelle dove sono presenti
disabili e bambini in età scolare, poi gli anziani, poi tutti gli altri.
L’accesso al centro civico, dove la notte prima hanno dormito ancora cinque
persone (erano appena tornati dalle ferie e si sono trovati senza un posto dove
stare) è regolato come in una caserma. O al bancone di un supermercato. Vengono
forniti biglietti con numeri progressivi per organizzare le comunicazioni, ma
l’atmosfera si scalda.
I cittadini vogliono sapere tutto
e subito. L’assessore al Bilancio del Comune di Genova, Pietro Piciocchi, un
uomo alto più di due metri, si piazza al centro della folla e come un megafono
umano ragguaglia i presenti con alcune informazioni. In diversi lo riprendono
con il telefonino perché «non si sa mai».
L’amministrazione, attraverso
fondi che Autostrade metterà a disposizione, pagherà gli alloggi, per chi
sceglierà di aspettare il proprio turno, gli affitti (fino a 900 euro di
contributo mensile) per chi proverà a trovarsi un’abitazione per conto proprio,
le spese di trasloco e un bonus da 10 mila euro per chi avrà bisogno di
arredare gli appartamenti. Cinque quelli disponibili da ieri nel quartiere di
San Biagio, in Valpolcevera, a pochi passi da uno dei primi centri commerciali
sorti a Genova. Altri 11 entro domenica. Poi i calcoli iniziano a farsi
complicati, e anche la geografia: entro il 3 settembre 33 case tra le periferie
di Voltri, Pegli, Bolzaneto, Molassana, Cornigliano, Sampierdarena e ancora San
Biagio, 6 in piazzale Adriatico, noto alle cronache per essere fra gli spot a
rischio in caso di alluvioni, e Genova ne sa qualcosa. Entro fine novembre
saranno ristrutturati altri 310 alloggi.
E c’è chi, come Piero Marsala, un
altro residente, si chiede: «Ma Genova non era in emergenza abitativa prima del
crollo? Da dove spuntano queste case? Ci sono migliaia di cittadini in attesa
di un alloggio popolare». Gli alloggi a disposizione non fanno parte
dell’edilizia pubblica, ma a maggior ragione l’interrogativo resta valido. Non
si pone troppe domande, invece, Fabrizio Galofaro. «La casa è un po’ più
piccola di quella che avevamo, ma va bene così, sono stati bravi, si vede che
il vento è davvero cambiato». Davanti alle telecamere, insieme alla moglie, e
ai figli di 17, 13 anni e 3 mesi, più il cane, ringrazia i politici che gli
mettono in mano le chiavi di casa. Il privato diventa pubblico durante quello
che potrebbe diventare il primo di tanti, tantissimi, tagli del nastro in una
Genova tutta da ricostruire anche a misura di campagna elettorale. A chi è
stato colpito dalla tragedia, non interessa neppure questo.
Maurizio Intiso, «Chiamatemi
Mauri», barista insieme alla moglie, ha gli occhi cerchiati da notti insonni e
ricorda un’altra zona rossa «Quella del G8, e speravo di non vederne più, ma
adesso non vogliamo polemiche, pensiamo solo a riprendere i nostri mobili, poi
la vita andrà avanti». La graduatoria ha consegnato anche a loro il verdetto:
202. Dovranno aspettare ancora.

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