Grandi
opere. Quel ponte poggiato sui palazzi, immagine di un paese sfigurato. La
sinistra ha molte buone occasioni per tornare in campo e occuparsi di
territorio e buon governo
Aldo Carra – Il manifesto
21 agosto 2018
21 agosto 2018
Non ha fatto nemmeno in tempo a
decollare la nuova analisi costi-benefici sulla Torino – Lione, che il crollo
del ponte Morandi riapre la discussione sugli aspetti della politica delle
infrastrutture: tempi e nessi tra progettazione e realizzazione, tra
manutenzione e gestione, tra pubblico e privato, tra opere e modello di
sviluppo. Si tratta di due vicende diverse e, per molti aspetti, di segno
opposto. La Torino- Lione è un’infrastruttura pensata 30 anni fa ed appena
avviata che già oggi appare, nei costi ambientali, sovradimensionata.
Negli anni Novanta l’andamento
dell’economia, i nuovi flussi di traffico merci e le speranze di intercettare a
Gioia Tauro i traffici Asia-Europa, facevano pensare ad uno sviluppo
esponenziale dei volumi trasportabili e, quindi, alla necessità di nuove
infrastrutture. Invece, stava per finire un’epoca tanto che oggi si temono la
stagnazione e la deglobalizzazione. Nel frattempo i costi lievitano e traffici
e ricavi previsti si riducono rendendo più ragionevole un radicale ripensamento
dell’opera.
Nel caso Genova si tratta di
un’opera stradale giudicata, al contrario, sottodimensionata. Completata 50
anni fa e pensata per i traffici prevedibili allora, è stata sottoposta a
pressioni di intensità e peso enormemente più alte. Da qui, dai probabili
limiti insiti nella progettazione, dalla sottovalutazione delle esigenze di
manutenzione e limitazione del traffico che stridevano col carattere
privatistico della gestione, il punto di rottura tra caratteristiche
costruttive, dimensionamento strutturale e volumi di traffico che l’hanno
attraversata. Da questo groviglio di problematiche il disastro che l’ha
colpita.
Le due vicende, per quanto così
diverse, ruotano attorno allo stesso tema: l’interazione tra infrastrutture e
modello di sviluppo al quale esse sono organiche. Le infrastrutture hanno una
lunga fase di incubazione, dalla ideazione alla realizzazione, dovrebbero
essere progettate per avere una vita lunghissima, nascono per sostenere lo
sviluppo presente, ma influiscono anche sulla sua evoluzione. Un ponte nasce
per fluidificare i flussi di traffico, ma finisce anche per attrarne di nuovi e
più pesanti. Esse contribuiscono, così, a cambiare gli stessi parametri sui
quali si basa la loro progettazione. Così come risentono dei mutamenti che
avvengono nel territorio in cui insistono. Basta guardare a come è cambiata la
struttura economica dell’area genovese, da nodo centrale del “triangolo
industriale” Genova-Torino-Milano ad area vasta di servizi che ruotano intorno
alle attività portuali in uno scenario globale – la rivoluzione dei container –
che ne ha fatto sempre di più una sede di puro transito di mezzi pesanti
accentuato dallo sviluppo del terminal Voltri.
A questa mutazione delle attività
produttive, purtroppo, non si è affiancato un parallelo e tempestivo ridisegno
delle infrastrutture modali con un riequilibrio tra strada e ferrovia (il
potenziamento del nodo ferroviario genovese non è ancora compiuto e segue,
invece di precedere temporalmente, l’aumento dei volumi di merci movimentate).
Ecco allora che la relazione tra
infrastrutture, modello di sviluppo e contesto economico appare in tutta la sua
rilevanza. Per tutte le infrastrutture si possono trovare ragioni per
realizzarle, ma nessuna infrastruttura è neutra. Si tratta sempre di decidere a
quale idea di territorio, di economia, di qualità della vita e dello sviluppo
essa corrisponda, a cosa serve e cosa genera. Si tratta di capire chi se ne
avvantaggia, chi ne subisce danni e quali interessi la muovono. Non esiste la
modernità a prescindere, come cieca soggezione a tutto ciò che è nuovo. Né la
stella polare delle scelte infrastrutturali può essere l’industria dell’auto o
il capitalismo rampante a profitto garantito dai pedaggi delle autostrade che,
invece di investire correndo il rischio di impresa, si insedia nelle nicchie
della rendita di posizione, nei settori prima pubblici, sviluppando un perfido
intreccio tra capitale, impresa e politica.
Eppure tutto questo è accaduto e
questi temi saranno al centro della discussione che si apre.
Si sentirà in essa anche la voce
della sinistra? Nell’immaginario collettivo, e non sempre a torto, la sinistra
è corresponsabile e complice di ciò che di negativo emerge oggi. Ed il governo
parte col vantaggio, non sempre fondato, di apparire nuovo. Quella che si apre
potrà essere comunque una fase interessante. Per fronteggiare l’emergenza
presente e le situazioni che verranno a galla dai controlli che si faranno ad
oltre mezzo secolo dal boom del cemento, si imporranno consistenti manutenzioni
del territorio. Ed i temi degli investimenti pubblici, dei vincoli di bilancio
e dei rapporti con l’Europa diventeranno centrali, così come quelli delle
priorità tra grandi opere e manutenzione diffusa del territorio. E su questi
temi non è detto che l’alleanza di governo possa procedere compatta e senza
incrinature.
C’è, quindi, terreno per fare
politica e per ricostruire una visione di sinistra dello sviluppo e del futuro.
Sia a Genova che in tutta Italia abbiamo a che fare con un territorio tanto
bello quanto fragile ed i disastri di diversa natura che periodicamente lo
colpiscono sono figli o di una trascuratezza o di una forzatura violenta
dell’uomo sulla natura.
Prenderci cura del nostro
territorio con le sue grandi bellezze, accudirlo come un essere delicato,
costruire un modello di sviluppo basato sulla sua salute, sul suo benessere
intrinseco e su quello che può trasmettere a chi lo vive e lo visita, può
essere un nuovo cammino da intraprendere per una sinistra oggi fuori gioco. E’
troppo? Si. Basta, comunque, che non vediamo più quella terribile foto che
mostra il ponte “appoggiato” sui palazzi preesistenti. Anzi: ma come abbiamo
potuto conviverci per tanti anni?

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