Francesco Donnici– Liberainformazione
22 agosto 2018
Politica, legalità, giustizia
sociale. Percorriamo lunghi viaggi gravati dal fardello di interrogativi resi
insolubili dalla difficoltà – talvolta indotta – di conciliare le risposte
teoriche con quelle pratiche. Eppure, potrei dire di aver trovato risposta a
questi interrogativi in un’Utopia, così tangibile da smentire la sua stessa
immaginifica essenza.
Il Comune di Riace, infatti,
esiste. E tale constatazione non è così scontata come sembra. Esiste perché nel
dramma di un costante ed ineluttabile spopolamento ha saputo trovare la forza
ed il coraggio per rigenerarsi rifiutando le mortifere istanze che inibiscono i
rapporti civili ed il progresso di quei territori. Esiste perché ha saputo
esaurire lo scopo di mantener viva la storia dei suoi antichi Borghi,
attraverso la realizzazione un’idea di accoglienza ed integrazione che si è
fatta spazio per le strade del paese e nel cuore della gente. Esiste (e
resiste) soprattutto grazie ad una persona: Domenico Lucano, detto “Mimmo”,
Sindaco quasi alla fine del suo terzo ed ultimo mandato, la cui idea politica
ha dato origine ad un “modello” osservato, studiato e talvolta mutuato su scala
mondiale. Un modello sul quale si sono accesi riflettori così luminosi da
attirare anche le attenzioni non richieste di coloro i quali si insinuano nelle
zone grigie dell’accaparramento di un consenso socio-politico facile o
manipolato.
Esiste, e da molto più tempo di
quanto ultimamente siamo portati a credere.
Questa storia ha inizio nel 1998,
con lo sbarco di una nave con circa duecento profughi provenienti dal
Kurdistan.
L’idea originaria che aveva
portato alla nascita dell’associazione “Città Futura” – dedicata alla memoria
di Don Pino Puglisi ed ispirata all’opera “La Città del Sole” di Tommaso
Campanella – era di rilancio del centro storico attraverso il recupero delle
vecchie strutture abbandonate per adibirle a progetti di turismo responsabile,
ma il caso volle che quegli stessi immobili, donati dai proprietari per un
recupero ed una destinazione a fini sociali, divenissero le prime strutture di
accoglienza sul territorio.
Così fino al 2001, quando verrà
introdotto il PNA (Programma Nazionale Asilo) che evolverà in una serie di
ulteriori strumenti tra cui l’odierno Sprar (Sistema di Protezione per
Richiedenti Asilo e Rifugiati) introdotto per proporre, oltre alle misure di
assistenza e di protezione ai beneficiari, il processo di integrazione sociale
ed economica realizzatosi poi a Riace.
Centinaia di rifugiati non
soltanto hanno la possibilità di creare un riscatto sociale subito dopo aver
guardato la morte negli occhi, ma trovano una nuova casa. Integrazione è una
parola che spesso viene utilizzata in modo approssimativo e non se ne comprende
la portata che dovrebbe farne un sinonimo di cambiamento inteso, soprattutto,
come progresso. Quello stesso progresso che forse intendeva la lista elettorale
“Un altro viaggio è possibile” che si contrapponeva, prima ancora che ad altre
correnti politiche di diverso colore, ad istanze culturali che fino ad allora –
e in alcune zone ancora oggi – avevano reso deboli ed esanimi quei territori. E
così, nel 2004, Mimmo Lucano diviene Sindaco e la nuova Riace riparte da lì.
Si crea un laboratorio politico
aperto e grazie ai progetti di accoglienza inizia una costante rigenerazione
del paese attraverso la creazione dei servizi più svariati: bisogna avere
un’altra idea della società, un’altra dimensione degli spazi pubblici, quindi
bisogna comprendere davvero cosa significhi appartenenza al territorio, dice
Mimmo seduto a terra ed attorniato dalla gente, come spesso accade in questi
giorni. Non si nega mai; i suoi uffici nel Municipio sono sempre aperti con
tutta la documentazione a disposizione di tutti. Una realizzazione del concetto
di trasparenza amministrativa così pura da mettere a nudo la coscienza di
qualsiasi interlocutore. E quando le coscienze vengono messe a nudo, si può
decidere di guardare dentro di noi per indagare le colpe della deriva sociale e
culturale del nostro paese, per capire se potevamo fare qualcosa di più per
evitarla, oppure possiamo scegliere di tacere e puntare il dito contro il
prossimo, soprattutto se più debole.
Ad un certo punto della storia,
le politiche dell’accoglienza che avevano ridato vita ad una comunità e ad un
paese – come ce ne sono tanti sulla costa ionica calabrese – altrimenti
divenuto fantasma, arrivano al centro del dibattito politico nazionale. Riace
diviene un esempio tanto virtuoso da essere scomodo: questo, per me, è un
esempio di orgoglio e penso debba essere così per chiunque, ma mi rendo conto
che non può esserlo per tutti. Oggi si tende a costruire coscienze aggressive,
alimentate da una necessaria e spesso immotivata sete di “pulizia”. Io mi
chiedo, se questo territorio venisse ripulito da queste persone, cosa
rimarrebbe se non la desolazione che c’era prima che arrivassero?
I problemi per Riace e le molte
incongruenze nel trattamento e nell’attenzione rivolta da parte degli apparati
istituzionali, iniziano già da prima della formazione dell’attuale
Governo. La burocrazia è il dardo ideale
per colpire al cuore questa realtà dinamica e dunque, per antonomasia,
imperfetta, ma funzionante, soprattutto dal punto di vista concreto;
soprattutto dal punto di vista umano.
Al contempo, la Procura di Locri
apre un fascicolo di indagine nei confronti di Mimmo Lucano. Diventa a poco a
poco un gioco al massacro che innesca inesorabilmente la macchina del fango:
perché mai una persona, un rappresentante dello Stato, dovrebbe avere a cuore
il bene comune? Ci soffermiamo spesso sul livello superficiale delle questioni
al fine di liquidarle più facilmente attraverso il solito pensiero del “sono
tutti uguali”. Nell’applicazione di questa ragionevolezza inversa, non ci
rendiamo conto che tale equazione porta a considerare immutabili e quindi
normali le cose, “anche quelle più brutte”. Non serve molto per capire che il
pensiero primo ed il fine ultimo di Mimmo Lucano e del suo sogno politico, sono
le persone.
Dove sta la legalità? Dove, la
verità? Questi interrogativi che originano dalla nostra interiorità, si
innescano nelle pieghe del dibattito sulla sopravvivenza dell’odierna Riace.
Alla burocrazia esasperata e ad
una politica contaminata da istanze filo-repressive, si vuol cercare di
contrapporre qualcosa di vivo e concreto. Colpisce leggere alcune relazioni
ispettive della Prefettura di Reggio Calabria così diverse tra loro. Da un lato
un impatto burocratizzato, seccamente formale, ed eccessivamente repressivo.
Quello stesso impatto che, ad esempio, per motivi quali la mancata
rendicontazione dei fondi relativi ai suddetti progetti (ma non ancora
incassati) sanziona il Comune che oggi esige a titolo di credito una cifra di
poco superiore al milione di euro.
Tutto è in fase di stallo: da un
lato la speranza, ancora viva negli occhi della gente che in questi giorni si è
sentita attorniata dalla solidarietà del mondo ed ha abbandonato l’abito della
paura e della rassegnazione che come spettri si fanno sempre più incombenti
nelle case del paese; dall’altro le crescenti difficoltà di un circuito
socio-economico ormai ingessato, che aspetta solo il momento per scrivere la
parola fine su questa bella storia.
Quelle case, prima vuote, poi
riempite della luce di vite salvate da morte certa, potrebbero nuovamente
svuotarsi. E con loro anche il paese: se gli immigrati se ne vanno, Riace torna
ad essere un paese fantasma.
Mi chiedo, chi governerà dopo di
me; chi, richiama la legalità e mi incolpa di non aver seguito le regole alla
lettera, che vantaggio trarrà dal governare un paese fantasma? I paesi
limitrofi, hanno tutti ricevuto i fondi dovuti dallo Stato, Riace no. Magari, a
livello formale avremo avuto qualche mancanza, dovuta anche alla positiva ed esponenziale
crescita del progetto, ma la verità è che questo ostracismo nei nostri
confronti è legato al fatto che qui, a differenza che in altri posti vicini,
chi viene integrato diventa protagonista della comunità e questo a qualcuno
inizia non andar bene. Integrazione è riconoscere nelle persone la dignità
umana e tutti i diritti sociali, civili e politici.
Il modello Riace è in pericolo,
ma così non dovrebbe essere. Dalla’altra parte, un’altra relazione prefettizia
dello scorso gennaio 2017, resa nota dopo una richiesta di accesso agli atti da
parte del Comune, inizialmente negata. Una relazione che ha ben poco di
burocratico e dove, attraverso le parole dei funzionari pubblici, viene
descritta un’altra realtà: si ritiene che l’esperienza di Riace sia importante
per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far
parlare bene di questa regione. (…) La circostanza che i pagamenti per il
sistema Riace siano stati bloccati da circa un anno, ha comportato difficoltà
considerevoli per chi ancora oggi permette che lo stesso sistema possa
proseguire. Si ritiene, pertanto, debba essere corrisposto immediatamente un
acconto sul complessivo (debito da parte dello stato, ndr) ciò permetterà la
prosecuzione di una esperienza che rappresenta un modello di accoglienza,
studiato (come fenomeno) in molte parti del mondo.
Il Ministero dell’Interno
continua a minacciare la revoca totale del contributo ed a negare la propria
presenza sul territorio. Mimmo Lucano non ci sta ed insieme ad altri, supportato
dalla costante vicinanza di Padre Alex Zanotelli, Gino Strada e di Re.Co.Sol.
(Rete dei Comuni Solidali) inizia uno sciopero della fame, poi divenuto a
staffetta tra più persone.
Lo scorso 9 agosto, sono state
inviate, al Ministero, le controdeduzioni del Comune a fronte dei punti di
penalità irrogatigli. Col fiato sospeso si attende, ma di certo non
passivamente.
Se oggi, ancora oggi, Riace
esiste, è per merito dell’orgoglio, della “capa tosta”, del carattere coriaceo
e della “calabresità”, dei sogni e delle idee di persone come Mimmo Lucano. Non
vuole proprio saperne di sponsorizzare il fondo di solidarietà istituito per
Riace perché Riace, oggi, esige un diritto. Diritto che dovrebbe prima ancora
essere un riconoscimento, in un mondo dove le buone pratiche sono premiate,
anziché represse.
Un modello, un orgoglio nazionale
su scala mondiale, viene rifiutato dall’ordierna Italia che crolla su se stessa
schiacciata dal peso dei luoghi comuni e di un malaffare con radici così salde
da intaccare nel profondo il terreno dove sorgono le opere più imponenti, e,
ancor peggio, il senso e l’etica del nostro vivere comune.
La nostra speranza nel domani
(anche di Riace) non può prescindere dal nostro rimboccarci le maniche perché
la penna che scriverà la parola fine su questa favola, in un certo senso, sarà
impugnata anche da noi e dalla nostra incapacità di proteggere questa realtà
quando ancora era possibile.

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