Lo
chiamavano dignità. Guglielmo Epifani, deputato di Liberi e Uguali, ex
segretario della Cgil: «Sul decreto dignità la Lega ha un ruolo evidente nel
governo. I Cinque Stelle hanno una debolezza un po’ cinica. Da soli non
avrebbero modificato i voucher». «Nel dibattito non c’è attenzione verso la
soggettività del lavoro, si considera solo il punto di vista delle imprese»
Roberto Ciccarelli, Il manifesto
3 Agosto 2018
Guglielmo Epifani, già segretario
della Cgil, ora deputato di Liberi e Uguali (LeU), perché ha definito
«un’occasione persa» la bocciatura del suo emendamento al decreto dignità che
ripristinava l’articolo 18?
Il decreto è un’occasione persa,
ha un titolo molto bello, la dignità del lavoro e dell’impresa, ma non riesce,
o non vuole, raggiungere l’obiettivo che si propone. Il governo e la
maggioranza hanno avuto la possibilità di raccogliere la nostra indicazione
sulla reintegra in caso di licenziamento illegittimo, e comunque potevano
modificare il Jobs Act cambiando le norme sul demansionamento, sul controllo a
distanza. Sono questi i temi che riguardano la dignità dei lavoratori.
E
invece?
Solo silenzio. La cosa che più mi
colpisce è il loro silenzio. In campagna elettorale Di Maio ha usato parole
nettissime contro il Jobs Act, ma sulla reintroduzione dell’articolo 18 non ha
proferito parola, la stessa cosa gli altri ministri e sottosegretari. C’è un
silenzio preparato, ma in questi casi bisogna spiegare cosa intende fare un
governo. Invece niente di niente.
Quale
effetto avrà la stretta sui contratti a termine?
Trovo condivisibile la riduzione
del tempo del contratto a termine da 36 a 24 mesi, ma la causale dopo 12 mesi è
troppo poco. Non si dà al lavoratore il tempo di apprendere un mestiere, farsi
conoscere, per poi essere stabilizzato. La maggioranza e il governo non hanno
voluto ascoltare quello che gli abbiano detto: la causale va messa subito, dal
primo contratto. In più ci sarà un aggravio dei costi, le aziende non
prolungheranno i contratti e sceglieranno altre persone per sostituire quelle
che hanno superato i dodici mesi di lavoro. Aumenterà la turnazione sullo
stesso posto di lavoro.
Di
Maio non ha «licenziato il Jobs Act» perché la Lega non lo permette?
Sicuramente. L’accordo che hanno
raggiunto è visibile. Da un lato, c’è la Lega che ha un ruolo evidente.
Dall’altro lato, c’è la debolezza un po’ cinica dei Cinque Stelle. Abbiamo
fatto una settimana di lavoro in commissione, quattro giorni di lavoro in aula,
ma l’equilibrio che hanno raggiunto non ha permesso di modificare nessuna parte
essenziale del decreto. Non hanno voluto mettere la fiducia, ma è come se lo
avessero fatto. Il parlamento è diventato la sede di ratifica delle decisioni
del governo, così non può essere nel nostro ordinamento .
L’influenza
della Lega è visibile sui voucher. Cosa comporterà la loro modifica?
L’estensione in agricoltura e nel
turismo dei voucher peggiora la situazione del lavoro nero e danneggia i
contratti nazionali di lavoro. Oltre tutto il decreto non riduce il precariato
perché non affronta il problema delle false cooperative, i contratti a nero, i
riders senza diritti. Ma c’è una cosa che mi ha colpito ancora di più.
Quale?
Tranne quello di LeU, la
stragrande maggioranza degli interventi delle forze politiche considera solo il
punto di vista delle imprese. Non penso che sia possibilità tornare all’idea di
centralità del lavoro di trent’anni fa, ma il fatto che nel dibattito non ci
sia attenzione verso la soggettività del lavoro nei processi economici,
produttivi e negli investimenti mi ha colpito molto. Prevale solo il punto di
vista delle imprese, e mai anche quello del lavoro.
La
debolezza dei Cinque stelle si riproporrà anche sul reddito di cittadinanza,
sulla flat tax?
La cartina di tornasole sarà la
legge di stabilità, a partire dal 10 settembre. Per il momento si può dire che,
da soli, i Cinque Stelle non avrebbero mai esteso i voucher. Costretti alla
mediazione li hanno dovuti accettare. Questa è la prospettiva in cui si sono
messi. Lo stesso è avvenuto sulla Flat Tax. Finirà per aumentare le
diseguaglianze. Il connotato sociale del governo è orientato verso scelte
esplicitamente di destra. In queste condizioni anche il riequilibrio sociale
che i Cinque Stelle si ripromettono di fare con il «reddito di cittadinanza»,
anche per non essere subalterni a Salvini, avrà margini più ridotti. La moneta
cattiva scaccia sempre quella buona. Lo vediamo nelle politiche sui migranti.
Il clima è molto brutto. Le forze democratiche devono fare molta attenzione.
Cosa
ha pensato quando ha visto sul tabellone della Camera che solo 13 deputati di
LeU hanno votato l’articolo 18, mentre il Pd si è astenuto e continua a
difendere il Jobs Act?
Se guardo al parlamento è
l’immagine di una sinistra molto minoritaria nei numeri. Noi abbiamo fatto un
vera e dura battaglia parlamentare. Non abbiamo abbassato la testa e i temi
della sinistra sono emersi. Ma nella cultura dominante la soggettività del
lavoro non sembra interessare a nessuno. Se deve rinascere un processo di
rigenerazione della sinistra, sarebbe bene che fosse ancorata all’idea del
lavoro. Va bene il civismo, le Ong, ma penso che il lavoro deve essere il
nucleo essenziale attorno al quale ricostruire una rete sociale e economica più
ampia, una grande opzione laburista di partito e di movimento. Da dove abbiamo
perso, dobbiamo ripartire.

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