Sassari.
Il caso di un giovane senegalese e di altri lavoratori stranieri impiegati in
una ditta cinese: dopo la denuncia, il licenziamento. Indagine dell'Ispettorato
del lavoro
Costantino Cossu – Il manifesto
21 agosto 2018
Bamba, 23 anni, è arrivato in Sardegna
dal Senegal. Tra i suoi compagni di viaggio è uno dei pochi fortunati ad aver
trovato, dopo alcune settimane in un centro di accoglienza, un lavoro. Assunto
a tempo indeterminato in unmegastore gestito da una ditta cinese che si chiama
Bricocina, nella periferia Nord di Sassari. Tutto sembrava andare dunque nel
migliore dei modi.
Poi, però, Bamba ha chiesto le
ferie estive. E lì, suo malgrado, è diventato il protagonista di una storia che
mette insieme discriminazione su base etnica e violazione dei più elementari
diritti del lavoro. «Quando sono andato a chiedere qualche giorno di riposo per
poter tornare in Africa – ha raccontato Bamba alla Nuova Sardegna – mi sono
sentito dire: «Soltanto gli italiani hanno ferie. Per senegalesi, cinesi,
bengalesi, filippini non si può fare lo stesso trattamento. Se vuoi le ferie,
la tredicesima e la quattordicesima puoi provare a rivolgerti da un’altra
parte». Bamba non ha chinato la testa. Insieme ad altri tre dipendenti di
Bricocina, tutti senegalesi, si è rivolto al sindacato Cisal. «Questi ragazzi –
spiega il sindacalista Nino Fiori – hanno svelato una situazione di assoluto
sfruttamento. Da parte dei datori cinesi, nessun rispetto per gli orari di
lavoro definiti dal contratto, niente ferie e malattie. Reclutano manovalanza
senza tutele sindacali, in modo da imporre le loro regole. Abbiamo raccolto le
testimonianze e li abbiamo messi in contatto con l’Ispettorato del lavoro». Il
direttore dell’Ispettorato conferma: «L’indagine è ancora in corso, a breve
contiamo di concluderla e di adottare i dovuti provvedimenti. Abbiamo
riscontrato violazioni delle norme contrattuali e uno scenario di sfruttamento
del lavoro».
«Ho iniziato come factotum – ha
spiegato Bamba sempre alla Nuova Sardegna – poi sono diventato cassiere e
infine sono stato promosso a caporeparto. Assunto a tempo indeterminato, 800
euro al mese. Tutto è filato liscio finché ho lavorato, a testa bassa e senza
fiatare, dodici ore al giorno nonostante il mio contratto di ore ne prevedesse
solo otto. Quando però, volendo tornare in Senegal per rivedere i miei
familiari, ho provato a chiedere il mese di ferie che mi spettava, la risposta
del mio capo è stata sconcertante: ferie solo per gli italiani». Dopo la
denuncia fatta a febbraio, ha raccontato ancora Bamba, la situazione è
cambiata: le ore settimanali sono diventate 40 «e non ci è stato più chiesto di
stare lì per dodici ore a fare qualunque cosa, dal cassiere, al magazziniere
all’addetto alle pulizie. Però, improvvisamente, sono entrato nella lista dei cattivi
e sono stato demansionato: in chat il mio capo mi ha informato che non ero più
caporeparto».
Una situazione di tensione tra
azienda e dipendenti sfociata l’11 agosto nella consegna di una raccomandata
che comunicava il licenziamento «per giusta causa» a tutti coloro che si erano
rivolti al sindacato e all’Ispettorato. «Veniamo accusati – spiega Bamba – di
improduttività, di incompetenza, di danneggiare la merce, di non pulire. Ma
come? Il giorno prima della denuncia sono talmente bravo che mi promuovi
caporeparto e poi improvvisamente divento uno che non sa fare il proprio
lavoro?».
L’Ispettorato del lavoro,
oltre a chiedere il reintegro dei dipendenti di Bricocina licenziati, potrebbe
effettuare un monitoraggio per capire quanto siano diffuse, almeno a Sassari,
le violazioni di legge. Soltanto così il coraggio di Bamba e dei suoi compagni
non sarà stato inutile
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